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Evasione, fatture false e sfruttamento dei lavoratori: DHL Italia nei guai

La divisione Supply Chain Italy e i suoi dirigenti sono accusati di non aver pagato l'Iva a cooperative di comodo e di aver costretto i dipendenti a passare da una coop all'altra, senza pagare i contributi e con la minaccia di licenziamento. Sequestro preventivo da parte della guardia di Finanza per 20 milioni di euro

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Un altro grosso scandalo colpisce il mondo della logistica. La Procura di Milano ha accusato DHL Supply Chain Italy, filiale italiana del colosso logistico tedesco, di avere utilizzato contratti di somministrazione illecita di manodopera (facendoli passare come contratti di appalto), con tariffe imposte dal committente e non in grado di remunerare la manodopera stessa, e di non aver versato Iva e contributi alle cooperative di cui si serviva. Queste ultime risultavano nullatenenti, per cui l’erario non poteva recuperare la tassazione e i lavoratori non godevano di alcuna tutela, essendo costretti a passare da una coop all’altra,pena la perdita del posto di lavoro. Infine il committente, “reale beneficiario della frode”, avrebbe beneficiato – secondo gli inquirenti – dei cospicui benefici dell’operazione attraverso la mancata neutralizzazione dei vantaggi economici e neutralizzando invece il proprio cuneo fiscale con l’esternalizzazione della manodopera e di tutti gli oneri connessi. DHL aveva così a disposizione un’imponente massa di operatori, con ampia flessibilità e a prezzi inferiori rispetto alle tariffe orarie del mercato. Dall’inchiesta è emerso che, tra il 2016 e il 2019, sarebbero stati oltre 1.500 i lavoratori assunti da 23 finte cooperative che facevano parte del sistema.

Sulla base di queste accuse, i pm Giovanna Cavalleri e Paolo Storari hanno  firmato un decreto di sequestro preventivo d’urgenza da 20 milioni di euro per reati fiscali, sia a carico della società indagata (in base alla legge sulla responsabilità degli enti) che nei confronti di Fedele De Vita e Antonio Lombardo,  rispettivamente ex presidente e attuale presidente dell’azienda.

IL SISTEMA EVASIVO SECONDO L’ACCUSA

In pratica, il sistema degli appalti di lavoro di DHL in Italia sarebbe caratterizzato, secondo l’accusa, dalla presenza di «cooperative, consorzi o società che presentano un’ingente forza lavoro e fungono da meri serbatoi di manodopera», agevolando così sia lo sfruttamento dei lavoratori quanto la concorrenza sleale. Si tratta di una situazione per molti versi simile a quella che si verificò nel maggio del 2019 per Ceva Logistics, controllata del gruppo francese CMA-CGM, e che si è ripetuta successivamente per coop e consorzi operanti nell’area cargo di Malpensa e per il caporalato dei riders di Ubereats.

L’inchiesta era nata dalla contraddizione tra il volume d’affari di DHL nel 2018, pari a 355 milioni di euro, con le sole 932 certificazioni uniche (Cud) rilasciate lo stesso anno. I contributi versati non corrispondevano al numero di lavoratori, una situazione che può sì dipendere dall’accesso ai benefici contributivi previsti dal Jobs Act per le nuove assunzioni, ma anche dall’erosione della base imponibile contributiva con la manipolazione delle buste paga.

COMMITTENZA, SOCIETÀ FILTRO E SOCIETÀ SERBATOIO

Il sistema di evasione fiscale messo in piedi prevedeva tre protagonisti: le  “società serbatoio”, solitamente cooperative, che si avvicendavano nel tempo (anche fallendo), trasferendo la manodopera dall’una all’altra e omettendo in maniera sistematica il versamento dell’Iva e i contributi; le “società filtro” intermediarie, in genere consorzi prive di maestranze, a cui le coop fatturavano; i committenti finali, a cui invece fatturavano le società filtro e che stipulavano con esse contratti d’appalto a basso costo, rimanendo però formalmente distinti dalle coop che realizzavano gli illeciti fiscali. In questo modo da una parte si allungava la catena commerciale e si rendeva più complicata l’attività di controllo, dall’altra si potenziava l’organico del committente, assicurando risparmi sul costo del lavoro e, appunto, esternalizzando tutte le dinamiche tipiche delle relazioni industriali.

LE ACCUSE SPECIFICHE

Nel caso particolare, azienda e dirigenti sono incolpati di evasione di Iva perché, «avvalendosi di fatture per operazioni giuridicamente inesistenti, emesse dal Consorzio Industria dei Servizi – CIS (la società filtro – NdR)», avrebbero simulato contratti di appalto invece di contratti di somministrazione di manodopera nelle dichiarazioni 2017-2020. Per la Procura e la Guardia di Finanza milanese una serie di e-mail intercettate, oltre alle perquisizioni e alle informazioni dalle banche dati, avrebbero evidenziano come, di fatto, «il personale dipendente venisse spostato da un Consorzio all’altro con estrema flessibilità, sulla base delle mere esigenze organizzative della committenza e a prescindere dalla volontà e dalle esigenze dell’appaltatore/subappaltatore, formale datore di lavoro delle maestranze impiegate nei simulati appalti».

Il CIS ha dichiarato per il 2018 un volume d’affari da 26 milioni di euro, ma ha trasmesso a fine anno solo 7 certificazioni uniche, con una serie di dichiarazioni fiscali ai fini Iva molto sospette. Per esempio, il Consorzio ha come unico cliente proprio DHL Supply Chain Italy, «in quanto gli altri contribuenti destinatari del ciclo di fatturazione non sono altro che fornitori del Consorzio stesso ai quali presumibilmente vengono imputati taluni costi».

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